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La lavagna - Modenesità

Palaganeide (Poemetto Eroicomico) - Tanino / Canto Secondo

GROG
Scritto il 05/04/2009
da GROG
CANTO SECONDO

ARGOMENTO

Di Palagano il popolo assennato
Una luna di torta mette fuora
Sulla vetta d'un pin; ma un affamato
Pastore in breve tutta la divora:
Incolpano essi il pin mezzo essicato,
Vanno innaffiarlo e cadono in malora:
S'intralciano le gambe: ma di duolo
Li toglie un ciabattin col punteruolo.




Sicuri i nostri eroi che niun paese
Potea in giudizio far con loro a gara,
Decisero di renderlo palese
Al mondo intier con qualche opra preclara;
Ma nella scelta, ad evitar contese
E non cangiar la gloria in lotta amara,
Affidarono al solo Bortolino
Di lor gloria futura il gran destino.

Orgoglioso costui del suo mandato,
L'alta impresa per meglio architettare,
Stette tre dì e tre notti rinserrato,
Senza mangiare, ber né riposare;
Ma dopo essersi mezzo scervellato.
Non sapendo qual Santo più invocare,
La terza sera la finestra aprì
E la luna nel viso lo colpì.

Quel bianco raggio fu un'ispirazione,
Che gli fece spianar il muso duro;
« Pazzo, gridò, ch'io sono da bastone,
Ho davanti la gloria e non la curo! »
Poi dalla gioia saltellò un trescone,
Dando qualche capata anche nel muro :
Finalmente mangiò quattro pagnotte;
Andò a letto e dormì tutta la notte.

Alla mattina un messaggero manda
Ad annunziar che la scoperta è fatta
D'un'opera sublime ed ammiranda,
Che lascierà la terra stupefatta :
Quindi un'udienza general dimanda,
Perché sappia ciascun di che si tratta;
E per questo li invita formalmente
Ad ascoltarlo in piazza il dì seguente.

Come pecore e bricchi a schiere a schiere
Corron veloci, quasi avesser l'ale,
Se il solerte guardian fa lor vedere
La nota sacca dove tiene il sale,
Tal si vedevan le famiglie intere
Riversarsi a torrenti in sul piazzale,
Dove si radunaro in brevi istanti
Di Palagano i figli tutti quanti.

Quivi, proprio di fronte al campanile,
Era stato un bel pulpito innalzato,
E sopra quello un nobile sedile
Per Bortolino aveano collocato :
Ei vi salì con portamento umile
E, dopo aver tossito e scaracchiato,
Il naso colle dita si soffiò
E a dir soavemente incominciò :

« Figlioli miei, bell'astro ell'è la luna,
Bell'astro ell'è la luna, o miei figlioli;
Essa rischiara la nottata bruna,
E fa ingrossar le rape ed i fagioli :
Frutto non v'ha, non v'ha semenza alcuna
Cui l'astro della notte non consoli :
Cosa rara è la luna e assai stupenda,
Ma peccato che sempre non risplenda!

« Ora un tal danno, che l'intero mondo
Risente fino dalla sua creazione,
Sparir vedrem dal nostro suol giocondo,
Che del senno dev'esser la magione :
Se il lungo studio e il meditar profondo
A buon fin condurrà la mia invenzione,
Una luna novella avrem ben tosto,
Che della vecchia prenderà poi il posto.

« Pertanto, o donne, ai vostri nidi andate
A rubar l'ovo fresco alla gallina;
zucchero, burro e panna insiem recate
Ed impastate tutto con farina;
Insomma una gran torta fabbricate,
Poi cuocetela al forno e domattina
Solennemente al monte la trarremo
E sul più alto pin la fisseremo.

« E quest'astro novel, ve l'assicuro,
Allorché l'astro vecchio sarà spento,
Rilucerà d'uno splendor sì puro
Di Palagano sopra il firmamento,
Lasciando ogni altro popolo all'oscuro,
Da sembrar un magnifico portento :
Intanto i campi e i prati impingueranno
E ci daran ben due raccolti all'anno ».

Finché parlò il sapiente, un religioso
Silenzio tenne quello stuolo alpino;
Ma quando il vider prendersi riposo
E tergersi il sudor col manichino,
Scoppiò un evviva così fragoroso,
Che balzò il suolo, e il popolo vicino,
Niente sapendo, a udir quella sommossa,
Di terremoto la credè una scossa.

All'opra giudiziosa in sul momento
Uomini e donne si mettono intorno,
Cercan uova, farina e condimento,
Radunan legna e scaldano un gran forno
Ferve il lavor veloce al par del vento,
Tal che la luna in sul calar del giorno
Esce rigonfia, gialla e rosolata,
Che sembra fatta per esser mangiata.

Il palco che da pulpito ha servito
Adornan tosto d'edera e di fiori,
Vi stendon sopra un tovagliol pulito,
Un vero tovagliolo da signori;
Poi leggermente adagiano in quel sito
La dolce luna coi dovuti onori,
E l'affidano a quattro coraggiosi,
Per salvarla dai cani e dai golosi.

Il dì di poi, sorta l'aurora appena,
D'un gran vocio risuona la campagna
E il popolo gentil con tutta lena
Incomincia a salir per la montagna.
Due de' più degni, colla luna piena
Precedon gravi quella turba magna,
Con certe smorfie così strane e rare,
Che sembran l'orso a Modena portare.

Giunti alla cima, e scelto il più bel pino,
Che scorger si potesse da lontano,
Lo spoglian dei suoi rami, e Bortolino
Fin sulla vetta ascende piano piano;
Quivi fissa la luna ad un uncino,
Mentre il volgo prorompe in tal baccano,
Con urla, risa e canti così fatti,
Che, con tanto giudizio, parean matti.

Il sole era vicino a tramontare,
Quando un certo pastor del vicinato
In quei dintorni s'abbatte a passare,
Digiuno dal mattino ed affamato :
Sulla pianta la torta a rimirare
Fermossi ed esclamò meravigliato :
« Capperi! che a Palagano anche i pini
Producano schiacciate e zuccherini? »

Ma lo stupor tosto alla fame cede,
E, rivolta d'intorno a se un'occhiata,
Per accertarsi che nessun lo vede
S'arrampica sul tronco e la schiacciata
Alla sua destra col coltello fiede,
Ne toglie un pezzo e ne fa una pappata,
Lasciandola così gobba a levante;
Talché davvero appar luna calante.

Per vari dì la luna appetitosa
Passò al pastor la cena o il desinare.
Mentre al basso la turba giudiziosa
Allegramente la vedea scemare;
Anzi, quando del tutto si fu ascosa.
Il novilunio per solennizzare.
Di maccheroni ognun fece un satollo
E il più bel gallo ci rimise il collo.

Finché l'antica luna qualche raggio
Sulla terra mandò dal firmamento,
I bravi non perdettero il coraggio.
Né fecero sentir un sol lamento;
Ma quando essa compiuto ebbe il suo viaggio
E l'astro nuovo sen rimase spento.
Corser da Bortolino con tristezza
Della lor luna a domandar contezza.

« Cari miei, cominciò tutto dolente
Dei nuovi mondi l'inventor famoso,
A dir il vero questo inconveniente
Da qualche giorno turba il mio riposo,
Perché a quest'ora l'astro negligente
Dovria mostrar l'aspetto suo glorioso;
Per cui reputerei cosa ben fatta
Tornar lassù a veder di che si tratta ».

Incontanente la compagnia bella
Della montagna ricalca la via;
Ma sì cambiata che non par più quella,
Perché ha perduta tutta l'allegria :
Niuno si vanta più, niun più favella
Se non della fortuna avversa e ria,
E chi quel giorno avesseli incontrati
Li avria presi per cani bastonati.

Giunti sul monte, a perlustrar si diero
Con somma diligenza in tutti i lati,
Sperando di poter scoprire il vero
Inconveniente che li avea gabbati :
Alfìn un d'essi, detto mastro Piero,
A caso avendo gli occhi in su levati,
S'accorse che al bel pino una saetta
Mozzata e inaridita avea la vetta.

A tal trovata il nobile inventore,
Che fino allora era rimasto muto,
Riacquistò la favella e il buon umore
Ed asclamò convinto : « Ora ho veduto!
La pianta secca e priva del suo umore
La luna cacciar su non ha potuto;
Ma se potremo farla rinverdire
L'astro vedremo in breve comparire.

« Onde una fossa qui vicin caviamo
E riempiamola d' acqua tutta quanta;
Indi le nostre forze raduniamo
Ed incurviam la vetta della pianta :
Se a farla toccar l'acqua noi giungiamo
E d'immergerla abbiam virtù cotanta.
Tosto il vigor antico tornerà
Ed in breve la luna splenderà ».

Come le formichette in primavera
Vanno e vengon dal buco o in frotte o sole,
Di Palagano i figli in lunga schiera
Son presto all'opra senza far parole
E, quantunque vicina sia la sera.
Faticoso il lavoro e di gran mole,
Dopo c'han travagliato un'ora appena.
La fossa è pronta e fino all'orlo piena.

Mezza dozzina allor di quei colossi
Ad uno ad uno sulla pianta ascese :
Strinse la vetta il primo, indi lanciossi
E fra il cielo e la terra si sospese;
Ai costui piedi un altro appiccicossi,
Poi il terzo, il quarto, il quinto giù discese
Formar così di forze una catena;
pure il gran pino si curvava appena.

Ma il primo, che dagli altri stiracchiato
Pian pian la vetta scivolar sentiva,
Gridò : « Lasciate un po' che prenda fiato,
E mi bagni le man colla saliva... »
E, il sostegno del tutto abbandonato,
Tranquillamente a brontolar seguiva;
Ma, gorgogliando una parola mozza,
Cadde sugli altri in riva della pozza.

Quel salto a niun recò gran nocumento
Ma lasciò lor le gambe sì intralciate,
Che al mirarle fur presi da spavento,
Credendole oramai tutte imbrogliate :
Dal fatal gruppo usciva un sol lamento,
E un rammentar di gambe barattate :
Anche gli astanti urlavan così forte,
Che parean tutti condannati a morte.

Di lì in quel punto s'abbatte a passare
Di Barigazzo un certo calzolaio,
Il qual, tanti lamenti in ascoltare,
Crede fosse accaduto qualche guaio;
Ma, inteso ch'ebbe il fatto raccontare,
Rispose tutto sorridente e gaio :
« Amici, non gridate più per questo
Ch'io vi trarrò dall'imbarazzo e presto ».

E levato di tasca il punteruolo,
Si die a bucar le gambe a quei dolenti
Dicendo: « Di chi è questa? E' tua figliolo!
Levala dunque... presto!... Ah non ci senti?
Pigliane un altro, se non basta un solo!... »
Ma intanto anch'essi usciano in tal lamenti :
« Ahi! ahi!... Questa Vé mejà!... carabescia
Fa più pian, calzolar, tà troppa prescia!

Tosto furono in piedi e al ciabattino
Andò ciascuno a fare un complimento.
Portando agli astri quel cervello fino,
Che li avea tratti dal fatal cimento;
Né voller che seguisse il suo cammino,
Ma il trasser giù, contento o non contento :
Ed ei dovè a Palagano far motto
E andare a ber da tutti un bicchierotto.
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[candy]
06/04/2009
Ciao grog.
Sono carini questi poemetti,
anche divertenti.
Ho letto finore il primo e il secondo, poi leggero' anche gli altri.
Chissa' che penseranno quelli di Palagano !!
permalink a questo commento

[GROG]
06/04/2009
Sanno di questa esistenza, e ne vanno fieri....credo

http://www.aravecchia.it/index2.html